L’estetica delle esecuzioni

di Giorgia Salerno

Il 20 agosto 2014 l’ISIS diffonde il suo primo video di morte con decapitazione intitolato Message to America. Il video fa il giro del web e da inizio al macabro reality show Jhadista che per i suoi “ideali” collezionerà fino ad oggi diverse morti.

Abbiamo riflettuto sulla comunicazione estetica dell’ISIS e sulla sua necessità di mostrare la più atroce delle morti, la decapitazione a baluardo del proprio messaggio e abbiamo trovato diversi riscontri nella storia.

L’analisi che di seguito verrà esposta ha la sola intenzione di evidenziare le variazioni estetiche nella raffigurazioni di decapitazioni e valutare come, e se, sia cambiata nel tempo la sua comunicazione.

Si uccide in nome di un ideale, di un’ideologia o in nome di Dio. Ad uccidere è sempre un’istituzione che ordina a individui di ucciderne altri.

Già a partire dalla pittura vascolare greca, troviamo esempi pertinenti con la raffigurazione di morti sacrificali appartenenti alla scena mitologica classica.
Le scene, in gran parte alludono ed evocano momenti sacrificali rappresentandone il pre e post dell’atto, come spade sguainate, prima che avvenga il sacrificio, o lo scorrere sangue al suo termine. Benché non siano tra le più diffuse si conservano anche anfore con raffigurazioni più cruente nel pieno della scena sacrificale.
Una di queste è la rappresentazione della morte di Polissena [1]. (v. fig. 1 )

FIG. 1 Anfora tirrenica. Sacrificio di Polissena
FIG. 1 Anfora tirrenica. Sacrificio di Polissena.
FIG. 1 Anfora tirrenica pittore Timiades VI sec. a.c dettaglio del sacrificio di Polissena
FIG. 1 Anfora tirrenica pittore Timiades VI sec. a.c dettaglio del sacrificio di Polissena

La fanciulla morente viene trasportata da tre greci armati mentre Neottolemo le infligge la ferita mortale al collo. Il sangue scivola sull’altare posto sulla tomba di Achille richiamando l’immagine dei sacrifici dei tori. Per la stilizzazione delle figure la scena appare meccanica ma precisa nel suo intento narrativo.
Qui l’intento della raffigurazione è di origine profetica e di devozione, esattamente come l’atto sacrificale raffigurato.
Raffigurazione e realtà pertanto coincidono nel comune obiettivo di devozione divinatoria.

Le raffigurazioni ecclesiastiche sono ricche di scene sacrificali e di decollazioni. Diverse, infatti, sono le rappresentazioni per lo più legate alle vite dei martiri, nella maggior parte dei casi, commissionate da imperatori, despoti o ricchi uomini di potere e di Chiesa [2]. (v. fig. 2 -3)

FIG. 2 La decapitazione di Ermagora e Fortunato ad Aquileia
FIG. 2 La decapitazione di Ermagora e Fortunato ad Aquileia

La supremazia di un culto, infatti, si è avvalsa spesso di immagini forti e didascaliche come le decapitazioni. Lo scopo nella maggior parte dei casi era quello del mostrare e impartire un insegnamento, attraverso immagini, baluardo di pene e punizioni inflitte, resoconti narrativi con l’obiettivo di addottrinare ipotetici e presunti delittuosi.

Concettualmente privare del capo ha una valenza ben definita, del eliminare, cancellare la potestà intellettuale. Il pensiero come principio di una legge, movimento e religione che va rimosso e mostrato alla collettività come intimidazione dell’affermare le proprie idee (concetto che ritroviamo in tutte le dittature e contestualmente all’abbattimento stilistico di un’epoca a vantaggio di un’altra).

FIG. 3 Martiri decapitati. Anonimo giapponese 1626 - 1632
FIG. 3 Martiri decapitati. Anonimo giapponese
1626 – 1632

Il privare una civiltà della propria storia, dei suoi luoghi, delle sue arti è infatti annientarla. A tale scopo vengono utilizzate raffigurazioni di decapitazioni concettuali o simboliche [3]

Tra le più plateali delle esecuzioni capitali, la Crociffissione di Cristo, Hegel parla cosi: “La novità dell’arte cristiana e romantica consisteva nell’accettare l’abietto come suo oggetto privilegiato. In modo particolare, il Cristo, torturato e crocifisso, che è la più brutta delle creature, la bellezza divina si trasforma nella più spregevole abiezione, attraverso il peccato umano” [4] (v. fig. 4)

FIG. 4 Crocifisso di Santa Maria Novella Giotto di Bondone 1290 – 1295

E’ forse questa la più importante fra le raffigurazioni dall’intento moralistico e dottrinale su cui è basata l’intero pensiero cristiano. Ma è importante evidenziare che nella classica raffigurazione della crocifissione, il Cristo è si rappresentato con tutta la sofferenza fisica, il corpo lacerato e deforme ma ne viene sempre abbellito il volto perseguendo, così, la vittoria dello spirito [5].

Fig. 5 Davide e Golia Caravaggio 1609
Fig. 5 Davide e Golia
Caravaggio
1609

Tra i dipinti che raffigurano esecuzioni capitali non si può non menzionare la decapitazione di Golia per mano di Davide. (v. fig. 5)
La scena viene scelta da molti artisti per la sua valenza metaforica, seppur manifesta nell’orrore dell’immagine, della la virtù che vince sulla bruta violenza e sul male.
Una delle versioni più famose è quella riproposta da Michelangelo Merisi da Caravaggio. Caravaggio ne fa uso personale chiedendo al cardinale Scipione Borghese la grazia per se, accusato di omicidio. Golia , dalle fattezze di Caravaggio è ritratto appena morto, ancora sanguinante con gli occhi aperti. La scena oggi appare ai nostri occhi di grande impatto ma senza suscitare alcun stupore, ma nel 1609 quando è stata dipinta deve aver sortito un certo clamore tale da concedere la grazia e il ritorno in patria a Caravaggio (ma che morì prima di poter tornare) [6].

FIG. 6 Fine tragica di Luigi XVI. Stampa d’epoca
FIG. 6 Fine tragica di Luigi XVI. Stampa d’epoca

Nel 1793 viene ghigliottinato in pubblica piazza a Parigi il re Luigi XVI, diversi sono i dipinti che hanno ritratto fedelmente la scena  (v. fig. 6) Il re fatto vestire di bianco, viene decapitato e il suo capo mostrato trionfalmente alla folla. Qui la scena è indubbiamente teatrale nel proporre il pubblico di spalle, e con l’intento di far divenire allo stesso modo spettatore chi osserva il quadro [7].

Abbiamo visto attraverso la breve analisi cronologica e iconografica diverse declinazioni e valenze presenti nel gesto raffigurato e nella sua rappresentazione scenica.

Le immagini rispecchiano stili e ideologie del momento storico in atto ma tutte rimandano ad un intento ben preciso più che entrinsecamente narrativo.
Storicamente, dunque, è possibile fare una distinzione generale e riassumere in tre differenti intenti le rappresentazioni di decapitazioni capitali quali:

  • scopo divinatorio / devozionale
  • scopo morale – esaltazione della virtù
  • scopo educativo / dottrinale

In tutti e tre i casi le raffigurazioni, esteticamente, appaiono dettagliate e cruenti con utilizzi metaforici dal chiaro contenuto cognitivo [8] più che emotivo.
La sfera emotiva, infatti, è lasciata allo spettatore che osservando le immagini – contestualizzato ognuno al suo tempo – è portato a diverse reazioni di assenso o dissenso al messaggio comunicato e pertanto di affiliazione o ribellione ad una tirannia, dottrina o movimento.

Una quarta categoria d’intenti è da ritrovare invece ai giorni nostri ed è quella dell’estremizzazione della società civile. Qui rientrano in maggior parte le arti più contemporanee come le installazioni, la fotografia e la videoarte. Facendo uso di codici linguistici e rappresentativi del nostro quotidiano la realtà viene raprresentata nelle sue forme piu cruenti, portando in scena atrocità da prima pagina.

FIG. 6
FIG. 7 Impiccati Maurizio Cattelan 2004 Milano

Nel 2004 Maurizio Cattelan espone tre bambini – manichini impiccati ad una quercia. L’opera genera lo stupore e il disgusto della comunità che ne chiede la rimozione. (v. fig. 7) L’opera di Cattelan [9], provocatoria e dissacrante, rompe gli schemi degli intenti storici in cui sono inserite le rappresentazioni artistiche riguardanti morti e decapitazioni. Il suo non è più un intento didattico, morale o divinatorio ma semplicemente provocatorio, eppure la sua non è che la semplice rappresentazione di una scena, di indubbia violenza ma possibile e percepita come probabile, vicina alla realtà, se non proprio confusa come veritiera.

Nel 2005 Fernando Botero realizza una serie di pitture che ripropongono le tragedie avvenute nel carcere di Abu Ghraib [10]. (v. fig. 8) Vengono raffigurati uomini e donne bendati e torturati all’interno delle celle. Seppur nel suo stile grottesco Botero rappresenta tutta la crudeltà realmente avvenuta nelle carceri del 2004.

Questa quarta categoria d’intenti,   porta a conseguenze estreme nella sua osservazione di immagini, installazioni o fotografie di esecuzioni e morti. Prese ad esempio le opere di Botero e di Cattelan da un lato vi è l’anestetizzazione totale di ciò che si osserva, perché l’immagine è riconosciuta come abituale e familiare al nostro repertorio visivo/emotivo.

FIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005
FIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005

Siamo ormai abituati ad immagini di torture a tal punto da esserne assuefatti.
Le immagini rimangono in superficie e non trapassano la retina, avvezzi ad effetti speciali dal gusto holliwoodiano.
Allo stesso modo le decapitazioni jhadiste rimangono pure e semplici visioni fra l’incredulità e la distanza anestetica che si interpone fra noi e uno spettacolo a cui stiamo assistendo.
Dall’altro lato vi è normalmente l’orrore e il disgusto.
“Non c’è niente di più contrario alla bellezza del disgusto” scrisse Kant nel 1764 [11]. Kant osserva che l’antinomia del sublime è la mediocrità, il disgustoso e secondo il suo pensiero ciò che ci disgusta in arte è lo stesso di ciò che ci disgusta nella realtà.

Questo accade perché il disgusto non può essere camuffato, (va contestualizzata l’accezione Kantiana di disgusto come contro il gusto dettato dai canoni kantiani di bellezza del 1700 secondo cui è necessario differenziare fra bellezza naturale e bellezza artistica).
Ovviamente non si parla più di arte e di comunicazione estetica ma il caso Isis e le sue immagini ben possono rientrare nella categoria dell’ultimo degli intenti estetici trattati, quello della estremizzazione della rappresentazione della realtà.
Le scene, immagini dell’orrore,  si innestano a metà fra il non percepire come reale ciò che osserviamo e tutto il disgusto nell’ipotesi di ciò che potrebbe esser reale.
E’ da domandarsi pertanto quale sia oggi il valore delle immagini che non sappiamo più distinguere fra reale e irreale e che conseguentemente generano quella forma di atarassia e inconsapevolezza che contraddistinguono i tempi d’oggi. (GS)

FiIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005
FiIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005

 

FiIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005
FiIG. 8 Abu Grhaib Fernando Botero 2005

 

 

 

Note:
[1] Anfora tirrenica, pittore Timiades. VI sec. a.c. , British Museum, Londra;
[2] Si veda La decapitazione di Ermagora e Fortunato negli affreschi della Basilica di Aquileia.
[3] Perdere la testa. Abiezione, conflitto estetico e critica psicoanalitica. Firenze, 2012
[4] Cit. da Arthur Danto, L’abuso della Bellezza. Da Kant alla Brillo Box. Milano, 2008.
[5] Hegel cita il conte von Rumhor sulla tradizione bizantina. Da Arthur Danto, L’abuso della Bellezza. Da Kant alla Brillo Box. Milano, 2008.
[6] David con la testa di Golia, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Galleria Borghese. http://galleriaborghese.beniculturali.it/index.php?it/135/caravaggio-david-con-la-testa-di-golia
[7] Stampa d’epoca. Fine tragica di Luigi XVI.
[8] C.R. Hausman, Metaphor and Art. Interactionism and Refrence in the Verbal and Nonverbal Arts. Cambridge, 1989 pp. 24 – 25.
[9] Maurizio Cattelan. Impiccati. 2004. Milano
[10] Fernando Botero, Abu Grhaib. 2005
[11] Kant, Annotazioni alle osservazioni sul sentimento del bello e del sublime. 1764.

 

 

Le immagini impiegate sono ad uso esclusivamente didattico – formativo.

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